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Consideriamo più da vicino come "funziona"
il linguaggio lirico di Verdi.
Verifichiamo un principio elementare, che sta
alla base della sua musica: quanto più
le emozioni del personaggio sono intense, animate,
accese, tanto più varia è la linea
melodica, tanto più ampi gli intervalli
che la formano, tanto più ampia l'estensione
complessiva della voce, fra il grave e l'acuto.
Questo vale quando si parla, e vale quando si
canta.
Il caso limite è offerto dal canto che
insiste su un suono solo, il canto monocorde.
Esprime di norma una condizione psicologica di
"distacco", di sospensione dell'emozione.
Nell'ultimo atto di Aida
(unità
62.Giuseppe Verdi. Aida - Atto quarto)
Radamès
sente il destino di morte che lo attende: "La
fatal pietra sopra me si chiuse": il suo
canto è schiacciato sull'unica nota Si.
Solo quando nomina Aida
la voce si alza, di poco, come un lamento: e il
ricordo dell'amata rimette in moto i suoi sentimenti,
il suo rimpianto...
Un caso esemplare di contrasto tra il canto spiegato
e il canto monocorde è offerto dall'Otello.
All'inizio dell'opera il Moro torna vittorioso
a Cipro dopo aver sconfitto i Turchi, dispersi
infine da un uragano. Canta Otello:
"Esultate! L'orgoglio musulmano sepolto è
in mar, nostra e del cielo è gloria! Dopo
l'armi lo vinse l'uragano". La sua voce freme
d'energia baldanzosa percorrendo l'intera gamma
dei suoni di cui dispone, dal grave all'acuto.
Si capisce subito, a sentirlo, di quale violenta
intensità di sentimenti sia capace Otello
(unità
55.Giuseppe Verdi: Otello. Atto primo).
Ascoltiamolo ora nel terzo atto, quando la perfidia
del consigliere Jago
l'ha fatto ingiustamente persuaso che la sua Desdemona
lo tradisce. Otello è solo e impreca. Anche
le sue parole sono cariche di rabbia: "Dio,
mi potevi scagliar tutti i mali, della miseria,
della vergogna...". Verdi avrebbe potuto
scatenare la melodia come gli abbiamo sentito
fare nel primo atto. E invece no. La voce di Otello
è bloccata su un suono, sempre lo stesso,
che reclina verso il basso alla fine d'ogni frase,
un canto monocorde, una linea melodica piatta,
che rappresenta il caso estremo di annullamento
dell'emozione. Verdi ci consegna un personaggio
psicologicamente annientato, distrutto. Soltanto
al termine, quando incomincia a riprenderlo la
commozione, la voce si alza a poco a poco: "Ma
o pianto, o duol..." (unità
58.Giuseppe Verdi: Otello. Atto quarto).
Una seconda "regola", per un'analisi
elementare dell'espressività del canto,
riguarda la direzione dei suoni. Le due direzioni
basilari sono quella ascendente e quella discendente
(oltre a quella orizzontale del canto monocorde).
La prima è tendenzialmente la voce della
tensione emotiva, dello slancio, della sublimazione;
la seconda, sempre tendenzialmente, rimanda a
distensione, a depressione, a chiusura. I finali
delle opere verdiane sono il più delle
volte all'insegna della sublimazione, con i violini
che trasferiscono la melodia nella regione acuta.
Così avviene nel Nabucco,
nel Rigoletto,
nella Traviata,
nel Ballo
in maschera, nell'Aida.
In quest'ultima Verdi
crea uno spazio musicale doppio, in relazione
inversa con lo spazio fisico. Nel sotterraneo
chiuso, la voce dei due amanti destinati a morire
si libra a ondate melodiche verso l'acuto: "O
terra addio"; la sorreggono i violini, che
continuano fin dove la voce non può più
arrivare, alla regione sovracuta. Nello spazio
libero sovrastante, Amneris,
accompagnata dalla lugubre salmodia dei sacerdoti,
intona la sua preghiera sul pedale grave di Re
bemolle: "Pace t'imploro!" (unità
62.Giuseppe Verdi: Aida. Atto quarto).
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